14/05/2008 ore 18:58
piove

Prendo atto del fatto che piove.
Potrei starmene alla finestra per ore come facevo da bambina quando nessuno si ricordava esistessi e tutta la mia realtà coincideva, goccia a goccia, con la pioggia che si mischiava alle pozzanghere in giardino ed era tutto così celeste, così celeste da sembrare cielo, e cielo e terra erano talmente simili che parevano tutt’uno e quelle gocce, ad una ad una, mi disturbavano come solo nel sonno si può essere disturbati. E avrei amato l’arcobaleno se solo fosse stato a testa in su, se solo avessi mai capito dove origina e dove termina, se realmente c’è un prisma che lo genera, se è vero che i folletti vi nascondono oro o c’è un varco dimensionale e se davvero è felice di stare sempre curvo e se gli piacciono i colori che ha.
Non mi mancava niente. Casa mia era ovatta che mi isolava dal mondo fuori. E non mi importava che di me. E le cose avevano esattamente il senso che gli davo io. Come le scarpe infilate la destra a sinistra, la sinistra a destra. E mi andavano comode. Ed era giusto scrivere con una mano e disegnare con l’altra.
Leggere a tre anni le favole ai peluches e tranquillizzar le bambole che non ero stata poi così male l’ultima notte. Che il respiro è come l’onda del mare che viene e che va e qualche volta si infrange come un cuore, solo che l’asfissia è uno scoppio tra i polmoni è solo un attimo che ti riporta indietro.
Tanto domani piove ancora e a scuola non ci vado che non mi reggo in piedi. Ma dimmi, nonna, se mi nascondo nell’armadio il mio angelo mi vede? Perché se non mi vede, quando stanotte viene, posso restare qua che non ho voglia di sentir piangere di nuovo mamma e papà. Che è un po’ colpa mia che a cinque anni, so leggere e scrivere e far di conto ma ancora non ho imparato a respirare. Puoi insegnarmi tu? Che io prendo fiato ma poi mi manca, quasi quanto mi manchi tu adesso. Che tutto quello che so e che credo di sapere non mi è servito a niente e non mi serve a riportarvi qua. Anche adesso che piove e mi sembra di vedervi riflessi in ogni goccia, in ogni onda di pozzanghera, sul vetro della finestra e un po’ mi sento come allora, centro della mia esistenza, perfetta solitudine, immutabile assoluto, mi basto e mi detesto. Forse un po’ di più. Per questa maledetta, congenita abitudine a sopravvivere, mentre sarei stata io a dovermene andare per prima, io che ero la somma di ogni fragilità, la meno adatta a vivere. E ancora non so piangere ma ho imparato a respirare, ci son voluti anni ma ho imparato ad attendere che passi la crisi e vedessi che arcobaleni che non sono come li vorrei ma stavolta sono io che mi metto a testa in giù. Che magari alla fine di ognuno non c’è niente ma basta quello. E nonna, sai, corro! E respiro vento e magari pioggia. Che è come dicevi tu, che non tutte possono essere giornate di sole e che quando la pioggia manca per troppo tempo la si invoca e magari il pianto arriverà al momento giusto. E continuo a vedervi come onde e a onde, nel grano, nel mare, nei laghi, nelle pozze. Corro ma non fuggo più. E voglio imparare a restare, come restasti tu. E un giorno voglio poter dire a un altro che resto. Resto. Anche adesso, e sorrido, mentre nessuno si ricorda che esisto e tutta la mia realtà coincide, goccia a goccia, con la pioggia che si mischia alle pozzanghere in giardino ed è tutto così celeste, così celeste da sembrare cielo…
13/05/2008 ore 12:20
Yin e Yang
Amica mia è sempre la solita, vecchia, storia. Dai retta a me che ormai ne son talmente stufa che mi limito a guardar dalla finestra.
Lei, è molto incerta se iniziare una nuova storia dal momento che si è lasciata da poco con uno, che comunque vede ancora ogni tanto ma sono solo amici, anche se lui è uno stronzo che l’ha trattata come una pezza da piedi. Tuttavia accetta di uscire con Lui, che non è il suo tipo ma è un tipo, che è meglio così dal momento che è troppo fragile per lasciarsi coinvolgere di nuovo, e Lui, che sta appena uscendo da una storia in cui l’altra lo ha trattato di merda –stronza pure lei- e quindi adesso è solo in caccia e nemmeno Lei è proprio il suo tipo ma è un tipo e sai ogni lasciata è persa, che il romanticismo s’è suicidato da un pezzo. E quel pezzo sarà stato nel Paleolitico o giù di lì. Cena, spettacolo di teatro sperimentale e/o cinema, chiacchiere sulle amiche di Lei, ricordi delle imprese memorabili di Lui e dei suoi amici sotto militare o al liceo mentre si beve qualcosa e poi l’imbarazzo del riaccompagnamento a casa e l’ulteriore imbarazzo del solito ‘ e adesso?’ e poi via a una serie di finali alternativi che se si finisce su da Lei/Lui o si resta in macchina il giorno dopo giù a un’infinita serie di paranoie. Lei, oddio, che ho fatto e Lui cosa penserà ma ne sono poi così sicura ma si ma d’altra parte è giusto così e poi mi chiamerà che in fondo mi manca già ma poi forse ancora non sono pronta per un’altra storia e Lui che oddio adesso Lei che crede, non penserà che per questo siamo già sposati, ma forse dovrei richiamarla ma no che poi chissà cosa si mette in testa, certo poi così male non è stato e forse un po’ di bene le voglio già ma non voglio finire come prima e quindi non si sale ne si resta e dunque può darsi che non gli/le sia piaciuto e domani? Magari chiamo, no meglio aspettare che sia Lui/Lei a farlo che è meglio farsi desiderare ma guarda quello/a stronzo/a non mi chiama e io non lo/a cerco/a che poi alla fine siamo uguali e nella stessa barca e ognuno con le sue paranoie, con la sua solitudine da unire a quella di un altro/a per una solitudine più grande che si riduce a nulla di fatto che le scaramucce alla lunga stancano e ognuno per sé e Dio per tutti è stato bello, arrivederci. E siamo al punto di partenza mentre la Vita, l’Amore sono cose semplici e basterebbe dirgli/le che sono così con la mia banale esistenza e le mie contraddizioni, le mie debolezze, il mio fisico da normale, con la pancetta o la cellulite e no, non sono una supermodella né un supermodello, che no, non sposto le montagne e i fiori non fioriscono al mio passaggio ma sono qui e sono qui per te che no non sei dio ma almeno sei come me. Semplice. Semplicemente, un po’ di bene te ne voglio già e magari domani è un po’ di più che poi all’Amore da favola, ormai, non ci crede più nessuno e siamo tutti cuori infranti da riparare. Coi cocci dell’altro.
12/05/2008 ore 22:52
Schiuma d'onda
Tratto da ''Dialoghi con Leucò'' di Cesare Pavese
( parlano Saffo e Britomarti)
Saffo< E' monotono qui, Britomarti. Il mare è monotono. Tu che sei qui da tanto tempo, non t'annoi?
Britomarti< Preferivate quando eravate mortali, lo so. Diventare un po' d'onda che schiuma, non vi basta. Eppure cerchi la morte. Tu perchè l'hai cercata?
Saffo< Non sapevo che fosse così. Credevo che tutto finisse con l'ultimo salto. Che il desiderio, l'inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.
Britomarti< Tutto muore nel mare, e rivive. Ora lo sai.
Saffo< E tu perché hai cercato il mare, Britomarti - tu che eri ninfa?
Britomarti< Non l'ho cercato il mare. Io vivevo sui monti. E fuggivo sotto la luna, inseguita da non so che mortale. Tu, Saffo, non conosci i nostri boschi, altissimi, a strapiombo sul mare. Spiccai il salto, per salvarmi.
Saffo< E perché poi per salvarti?
Britomarti< Per sfuggirgli, per essere io. Perché dovevo, Saffo.
Saffo< Dovevi? Tanto ti dispiaceva quel mortale?
Britomarti< Non so, non lo avevo veduto. Sapevo soltanto che dovevo fuggire.
Saffo< E' possibile questo? Lasciare i giorni, la montagna, i prati - lasciare la terra e diventare schiuma d'onda - tutto perché dovevi? Dovevi che cosa? Non ne sentivi desideri, non eri fatta anche di questo?
Britomarti< Non ti capisco, Saffo bella. I desideri e l'inquietudine ti han fatta chi sei; poi ti lagni che anch'io sia fuggita.
Saffo< Tu non eri mortale e sapevi che a niente si sfugge.
Britomarti< Non ho fuggito i desideri, Saffo. Quel che desidero ce l'ho. Prima ero ninfa delle rupi, ora del mare. Siamo fatte di questo. La nostra vita è foglia e tronco, polla d'acqua, schiuma d'onda. Noi giochiamo a sfiorare le cose, non fuggiamo. Mutiamo. Questo è il nostro desiderio e il destino. Nostro solo terrore è che un uomo ci possegga, ci fermi. Allora si che sarebbe la fine. Tu conosci Calipso? 
Saffo< Ne ho sentito parlare.
Britomarti< Calipso si è fatta fermare da un uomo. E più nulla le è valso. Per anni e per anni non uscì più dalla sua grotta. Vennero tutte, Leucotea, Callianira, Cimodoce, Oritia, venne Anfitrite, e le parlarono, la presero con loro, la salvarono. Ma ci vollero anni, e che quell'uomo se ne andasse.
Saffo< Io capisco Calipso. Ma non capisco che vi abbia ascoltate. Che cos'è un desiderio che cede?
Britomarti< O Saffo, onda mortale, non saprai mai cos'è sorridere?
Saffo< Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
Britomarti< O Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. E' morire a una forma e rinascere a un'altra. E' accettare, accettare, se stesse e il destino.
Saffo< Tu l'hai dunque accettato?
Britomarti< Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.
Saffo< Anch'io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.
Britomarti< Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.
Saffo< Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.
Britomarti< Non hai mai conosciuto donne mortali che vivessero in pace nel desiderio e nel tumulto?
Saffo< Nessuna... forse si... Non le mortali come Saffo. Tu eri ancora la ninfa dei monti, io non ero ancora nata. Una donna varcò questo mare, una mortale, che visse sempre nel tumulto - forse in pace. Una donna che uccise, distrusse, accecò, come una dea - sempre uguale a se stessa. Forse non ebbe da sorridere neppure. Era bella, non sciocca, e intorno a lei tutto moriva e combatteva. Britomarti, combattevano e morivano chiedendo solo che il suo nome fosse un istante unito al loro, desse il nome alla vita e alla morte di tutti. E sorridevano per lei... Tu la conosci - Elena Tindaride. la figlia di Leda.
Britomarti< E costei fu felice?
Saffo< Non fuggì, questo è certo. Bastava a se stessa. Non si chiese quale fosse il suo destino. Chi volle, e fu forte abbastanza, la prese con sé. Seguì a dieci anni un eroe, la ritolsero a lui, la sposarono a un altro, anche questo la perse, se la contesero oltremare in molti, la riprese il secondo, visse in pace con lui, fu sepolta, e nell'Ade conobbe altri ancora. Non mentì con nessuno, non sorrise a nessuno. Forse fu felice.
Britomarti< E tu invidi costei?
Saffo< Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un'altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco essere nulla.
Britomarti< Dunque accetti il destino?
Saffo< Non l'accetto. Lo sono. Nessuno l'accetta.
Britomarti< Tranne noi che sappiamo sorridere.
Saffo< Bella forza. E' il vostro destino. Ma che cosa significa?
Britomarti< Significa accettarsi e accettare.
Saffo< E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e ti infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma - il tumulto - si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?
Britomarti< Bisogna accettarlo. Hai voluto fuggire e sei schiuma anche tu.
(Paris 1771 - Paris 1835 )
French Romantic Artist
"Sappho at Leucadia", oil on canvas, 118 x 95 cm, Musée Baron Gérard, Bayeux
12/05/2008 ore 09:17
Voltaire
L'INTELLIGENZA E' UNA PIANTA CHE VA CURATA CONTINUAMENTE.
DOVRESTE VEDERE COME E' BELLO IL MIO BONSAI...

11/05/2008 ore 22:30
Paliurus
Uso l’henna neutro. Lo stempero con l’acqua bollente ci aggiungo una punta di indaco e del succo di limone. Ne faccio una crema. L’odore non mi piace. La spalmo sui capelli. Ungo la fronte con un misto di olio di oliva e miele. Lo lascio in posa per un' ora. Giro per casa parodiando Wanda Osiris e urlettando di quando in quando “Sentimentaaaaaal…!”, con voce impostata da soprano.
Buon segno. Sto tornando l’allegra rompiballe di sempre. 
Poi mi rigiro in bocca il nome che gli danno gli arabi, ‘hina’, e poi ‘mendhi’, quello indi. E lo associo al mentire con una pretesa d’argot, fingo di ignorare il significato reale. Tutto quel nero sui miei capelli corvini non è che una menzogna giacchè non serve a renderli più neri. E se significa davvero ‘regina’ come vuole l’aramaico, lo è ancor di più. Perché non è lawsonia, quella rimesto, ma spina christi già fatta per stare in testa a un re, se è vero che le sue spine punsero il cranio di Cristo. E blasfemamente tiro un parallelo, ma sulla mia testa c’è la polvere delle sue foglie. Nera. Ripenso all’henna. Penso che lo userò per un tatuaggio. E mi ricordo di Parvati e Śrī Śiva, generazione e distruzione. E alla prova spirituale, la Generazione che per riuscire gradita alla Distruzione riveste il nudo corpo di intricate forme disegnate con l’henna e che rimanda ad un legame tra materia e spirito non certo a vanità. Sono forme che vanno oltre la pura forma. Effimere come l’esistenza.
A testa in giù nella vasca, guardo tutto quel nero scorrere via dalla mia testa. Via, come tutto quel nero che sta scorrendo via dalla mia anima.
Non c’è bisogno che la gente creda che io sappia pensare, non serve che sappiano se da qualche parte ho un cuore o no.
Mi arrotolo un asciugamano sulla testa, con la cordicella dell’accappatoio a mo’ di boa di struzzo, riprendo a parodiar la Wanda.
Si, sono la solita, allegra rompiballe.
Sentimentaaaaal.
08/05/2008 ore 12:18
VORREI
"USARE LA COLLERA COME FORZA CREATIVA.
PER CAMBIARE, SVILUPPARE, PROTEGGERE.
SE C'E' CALMA PUO' ESSERCI APPRENDIMENTO,
SE DIVAMPA UN TERRIBILE FUOCO
ESSO LASCERA' SOLO CENERE.
E' BENE RITIRARSI SU UNA MONTAGNA
QUANDO NON SAPPIAMO CHE ALTRO FARE."
-C. P. Estès-
02/05/2008 ore 19:39
E' solo uno stupido gioco...
Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei.
Dopo il caffè, Follia propose:
-'Si gioca a nascondino?'
-'Nascondino? Che cos'è?' - domandò Curiosità.
-'Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete. Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare'.
Accettarono tutti ad eccezione di Paura e Pigrizia.
-'1, 2, 3...'.
La Follia cominciò a contare.
Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
Timidezza, timida come sempre, si infrattò in un gruppo d'alberi.
Gioia corse in mezzo al giardino.
Tristezza cominciò a piangere, perchè non trovava un angolo adatto per nascondersi.
Invidia si unì a Trionfo e si accoccolò accanto a lui dietro un sasso.
Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano.
-'...87, 88, 89, 90...'.
Disperazione era disperata vedendo che Follia era già a novantanove.
-'CENTO! - gridò la Follia - Comincerò a cercare.'
La prima ad essere trovata fu Curiosità, poichè non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto.
Guardando da una parte, Follia vide Dubbio sopra un recinto indeciso su quale lato si sarebbe meglio nascosto.
E così di seguito scoprì Gioia, Timidezza, Tristezza.
Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò:
-'Dov'è Amore?'.
Nessuno l'aveva visto.
Follia cominciò a cercarlo.
Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi, sotto le rocce.
Ma non trovò Amore.
Cercando da tutte le parti, Follia vide un roseto.
Prese un pezzo di legno e cominciò cercare tra i rami.
Ad un tratto sentì un grido.
Era Amore.
Gridava perchè una spina gli aveva forato un occhio.
Follia non sapeva che cosa fare.
Si scusò.
Implorò Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre.
Amore accettò le scuse.
Oggi, Amore è cieco e Follia lo accompagna sempre.
01/05/2008 ore 20:10
STOP LOVING ME!
Ma sai che c’è?
Che non c’è niente da capire che io sono un essere semplice che ha bisogno di parole complicate per spiegarsi. E che, per una volta, ‘fanculo al mio italiano forbito e alle mie belle maniere da snob!
C’è che è inutile cercare di stringermi in una mano, sguscerò via come un girino ed è inutile cercare di afferrarmi che mi si fa ombra e soffoco prima che mi si acciuffi.
E la si smetta di credere d’essere al centro del mio universo che il mio universo non ha centri come la mia attenzione. Né tu che leggi, né un altro che ignora queste righe, né chi leggendo mi sta inventando.
Nessuno è realmente centro della mia attenzione.
Nessuno, neanche io.
La mia attenzione è sulle cose e sulla vita che scorre.
Non posso fermarla come non posso fermare me.
E’ la mia natura. E io vivo con gli occhi e con le dita.
C’è che nessuno mi è realmente necessario, figuriamoci indispensabile.
Che a volte ho bisogno di starmene da sola, sì per lunghi periodi, c’è che non ho voglia di ascoltare nessuno, di parlare con nessuno, che non amo dover giustificare i miei umori, che cacchio! sono schiva, detesto dover spiegare ogni mia singola frase e indorare pillole a destra e a manca per non urtare suscettibilità suicide, che la mia vita non si riduce a chi mi sta leggendo, c’è che non mi interessa farmi sempre trovare e non amo essere inseguita che nascondino m’è sempre stato sulle balle.
C'è che no, non rispondo a quello stramaledetto cellulare. Neanche agli sms. No, nemmeno msn.
Non ho tempo e non ho voglia.
C’è che non ho sempre qualcosa da dire o se ce l’ho non è detto che abbia voglia di dirla.
Che posso sembrare saggia ma sono solo una bambina che tale non è stata mai.
C’è che è una vita che odio con tutta me stessa l’autocommiserazione e sfuggo musi lunghi di gente lagnosa e ancora non ho capito come si fa a evitarla.
Che ne ho le palle piene di gente che cerca di cambiarmi o di vedermi come vuole.
O di trovare in me un appoggio che la ditta Appoggi è fallita.
C’è che non credo nell’amore e non me ne frega niente e sentirmi dire ‘ti amo’ lo trovo patetico.
C'è che ancora deve nascere chi mi farà cambiare idea.
C’è che di abitudini ne ho abbastanza di mie per diventare l’abitudine di un altro.
C’è che non ho voglia di avere un altro tra le scatole se quest’altro non ha la mia stessa tempra che di uomini fragili mi sono rotta le palle, quelle che loro non hanno.
E poi c’ho l’asma e me la voglio godere senza nessuno che mi stia lì a commiserare.
C’è che odio sentirmi chiedere come sto perché tanto continuerò a rispondere sempre e solo ‘in piedi’.
C’è che porca vacca! ho avuto una vita di merda ma non sto lì a piangermi addosso né a raccontare i cazzi miei. Neanche adesso.
C’è che sono sopravvissuta alla Tarpea c’è che questa è la mia Sparta e non c’è posto per i deboli.
C’è che NESSUNO può avere la pretesa di tenermi con sé perché IO SONO LIBERA.
Libera sul serio.
C'è che il turpiloquio è fottutamente liberatorio.
MA VAFFANCULO VA'!!!
01/05/2008 ore 15:56
PEANA
Luna nera, torni ciclicamente
Lugubre come una pianta infestante
Leggero come i soffioni, insulsi e duri da estirpare
Lattiginoso e latteo come un amaro fiele
Labbra non mie saranno ora a suggerlo, prive di sorriso
Lo stesso che mi hai ucciso tu
E non c’è più fuoco sotto la cenere
E aspetto il vento che la spazzi via
Estranea all’odio ma non al disprezzo
Entrambi verso noi due
Eresiarchi a modo nostro di una stessa bugia
Eterea o etera, la mia fu la prima, tua la seconda ed è quello che sei
Tempo non ne ho più per la tua ciclotimia
Topi e montagne da scalare te li lascio
Tutti i tuoi pianti e la tua fragilità vadano ad altri
Tu che sei stato arbitro e tiranno delle mie insicurezze
Te ne sei fatto scudo comprandomi a poco prezzo
Tieniti i cocci della tua nullità che io non sono ancora in frantumi
E ora che mi perdi una volta di più
Esausto torni sui tuoi passi come sempre
Eludendo le tue colpe e gettandole sugli altri
Estraneo a te stesso più che a me
Erebo ti ingoi e ti fagociti Averno
E non guardo indietro, io non sono Orfeo
E bevo dal Lete mentre esco da quell’Ade in cui mi avevi sprofondato tu
Euridice, per me, può marcire all’Inferno!
29/04/2008 ore 11:22
giardino
E torno indetro anche oggi
E scavo nella terra a mani nude
Le stesse dita bianche da pianoforte
Ora copiano i tasti
Le unghia ebano, le falangi bianche
Musica e ronzii di api sul melo
Strappo edere e sfratto lombrichi
Una larva spezzata in due
E l’odore dell’erba tagliata
Eutanasia di un albero
Roso dall’interno
Rose e parassiti
E i miei pensieri sono tutti lì
Nell’acqua con cui sto per annaffiare
Il gelsomino